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Cellula

Trattamento dei Tumori

Il suo utilizzo per trattare i tumori parte dalle osservazioni del fisiologo Otto Warburg, premio Nobel per la Medicina nel 1931, il quale scoprì che le cellule tumorali hanno un utilizzo predominante della “glicolisi anaerobia” (effetto Warburg) e cioè sono in grado di utilizzare lo zucchero (glucosio) presente nel sangue, senza passare attraverso l’ossidazione, sia in presenza sia in assenza di ossigeno.

Questa caratteristica ha chiarito che le cellule cancerogene hanno una grande necessità di zucchero per duplicarsi rapidamente, quindi, se si riesce a ridurre la quantità di zucchero disponibile, in un certo senso le si “affama” rendendo più complessa e lenta la loro duplicazione. L’alimentazione chetogenica riduce drasticamente l’apporto di carboidrati assunti dal paziente, inibisce l’utilizzo del glucosio nelle cellule tumorali e diventa quindi uno strumento terapeutico: la dieta come una vera e propria “metabolic cancer therapy”.

A questo si aggiunge il fatto che la situazione di chetosi obbliga la cellula tumorale a una sorta di stress metabolico molto più elevato rispetto al tessuto sano, con la riduzione dell’ossidazione delle cellule sane e l’attivazione di una particolare serie di geni che hanno dimostrato di ridurre la duplicazione della cellula colpita dal cancro.

Questa tipologia di dieta, prima di essere sperimentata nel campo della cura dei tumori, è stata utilizzata con un buon successo sui pazienti colpiti da epilessia ed è un intervento dietetico che, in supporto alla chemioterapia, può aumentare l’efficacia della stessa. Caratterizzata da una drastica riduzione dei carboidrati, generalmente in una misura inferiore ai 50 grammi al giorno, da un apporto fisiologico di proteine e da un aumento della quota dei grassi ottenuta prevalentemente aumentando gli oli (di oliva o di semi) che si utilizzano per condire gli alimenti.

Da quando questa modificazione dietetica ha iniziato a essere utilizzata per alcune tipologie di tumore cerebrale con buoni risultati, sono stati pubblicati in letteratura più di 200 studi sull’argomento che riguardano l’utilizzo di questa dieta nel trattamento di svariati tipi di tumori, prima, durante e dopo terapia specifica. Essa generalmente è applicata da sola o in coppia con una riduzione delle calorie introdotte dal paziente, questo allo scopo di ridurre i livelli di insulina presenti nel sangue, in quanto essa è un fattore di crescita e di duplicazione di tutte le cellule, e quindi anche delle cellule tumorali.

Gli studi sono però ancora limitati e i risultati contrastanti per le differenti patologie tumorali e per i differenti livelli di malattia. Vi è la necessità di trovare protocolli univoci che possano essere utilizzati per lo specifico tipo di tumore e di terapia che viene utilizzata per il paziente. In questo ambito, il ruolo di operatori sanitari qualificati (dietisti, nutrizionisti) si dimostrerà cruciale per pianificare e organizzare questi specifici protocolli di dieta chetogenica, così da assicurare, oltre alla fondamentale aderenza del paziente allo schema dietetico, un ottimale stato di nutrizione.

Dieta chetogenica e le malattie neurologiche

Sono molti i campi di applicazione e viene da tempo considerata un aiuto per il trattamento di alcune malattie come:

  • Epilessia
  • Malattia di Alzheimer
  • Autismo
  • Sclerosi multipla
  • Emicrania

Infatti viene proposta anche nella terapia di profilassi dell’emicrania, agendo sui diversi meccanismi che sono all’origine dell’attacco emicranico. Infatti la produzione dei corpi chetoni ridurrebbe la Cortical Spreading Depression (onda di depolarizzazione neuronale); agirebbe sulla neuroeccitabilità mediante il metabolismo del Glutammato (potente neurotrasmettitore eccitatorio) in glutamina e la trasformazione di glutamina in GABA (neuro trasmettitore inibitorio), con diminuzione dell’eccitabilità corticale del cervello; proteggerebbe contro l’infiammazione neurogenica causa di vasodilatazione a livello meningeo con rilascio di neuropeptidi che attiverebbero il sistema trigeminovascolare; ridurrebbe lo stress ossidativo cui i soggetti emicranici sono molto suscettibili; migliorerebbe il metabolismo energetico cerebrale grazie a un’azione sui mitocondri neuronali.

Ovviamente può essere di supporto nell’aumentare l’efficacia di una terapia farmacologica convenzionale. Va seguita nel suo percorso da un dietologo di esperienza.

Dieta chetogenica ed obesità

Il decremento di peso ottenibile con una correzione delle abitudini alimentari e tramite una semplice riduzione del carico calorico è spesso lento, e quindi spesso abbandonato per le difficoltà del paziente nel mantenere un corretto stile di vita.
Un’ ampia casistica ha documentato il ruolo di questa dieta nel dimagramento veloce o dopo gli interventi di chirurgia bariatrica. Tuttavia, questo tipo di approccio non è scevro da pericoli e la sua indicazione è quindi limitata a pazienti affetti da grave obesità patologica e sempre seguiti da personale specializzato.

VLCD (Very Low Calorie Diet)

Viene anche proposta come alternativa all’ approccio chirurgico e potrebbe essere un trattamento dietoterapico di breve-media durata, finalizzato ad un drastico calo ponderale e basato fondamentalmente su una forte restrizione dell’apporto carboidratico (Very Low Calorie Diet – VLCD).

Questo approccio è stato per anni guardato con sospetto dalla classe medica (tranne che dai neurologi che lo impiegano da molto tempo per il trattamento di alcune forme di epilessia pediatrica refrattaria al trattamento standard), perché identificato con una dieta iperproteica, che in quanto tale è ritenuta potenzialmente dannosa per il carico azotato che ne potrebbe conseguire. In realtà le diete VLCD sono diete isoproteiche, in cui le proteine dietetiche restano invariate in quantità assoluta.

Ciò che aumenta, invece, è la loro concentrazione relativa nel carico calorico totale, per drammatica riduzione dello stesso in funzione del drastico taglio della quota carboidratica. La chetogenesi che deriva dall’impostazione di questo tipo di dieta da un lato riduce il senso di fame del paziente (rendendo quindi la dieta più facilmente seguibile già dopo alcuni giorni dall’inizio), mentre dall’altro induce riattivazione metabolica con forte e rapida riduzione dell’insulinoresistenza, noto fattore di rischio per lo sviluppo di ipertensione arteriosa. Il risultato finale è un rapido calo ponderale (in circa 3 mesi), pari mediamente al 10-20% del peso corporeo.

La breve durata e la rapida efficacia garantiscono usualmente una buona compliance dei pazienti, con possibilità di ripetere il ciclo di trattamento in più fasi, fino ad ottimizzazione del peso corporeo. La chetogenesi, tuttavia, è difficilmente raggiungibile con una dieta “naturale” e, pertanto, usualmente richiede l’impiego di prodotti alimentari assemblati e bilanciati ad hoc. Questo approccio, specie sul paziente ad alto rischio cardiovascolare, deve essere prescritto da un medico dotato di una approfondita conoscenza del metodo o, comunque, da un nutrizionista esperto con supervisione costante di un medico che lo sia altrettanto.

Il dibattito, quindi, è aperto: il campo è pieno di esperti a grandemente a favore o nettamente contrari a questo approccio.